Cresce l’agricoltura simbiotica: obiettivo del consorzio e-commerce e corner dedicati

Il fondatore del Consorzio eco-simbiotico è Sergio Capaldo, veterinario 67ennedi Fossano, che ha ricoperto diversi ruoli nella vita: è fondatore de La Granda (azienda del cuneese che ha valorizzato la qualità della razza bovina piemontese Fassona), responsabile zootecnico per Slow Food e responsabile qualità carni del gruppo Eataly.

Dal 2016 persegue però un altro obiettivo dedicare tutte le sue energie e conoscenze per questa produzione agroalimentare, ancora di nicchia, che va oltre al biologico ma nasce da studi e collaborazioni con istituzioni nazionali e locali (tra gli altri Cnr Pisa, Università di Milano, Politecnico di Torino, Istituto tecnico agrario di Lombriasco, Istituto scientifico romagnolo per lo studio dei tumori) che mira al miglioramento della biodiversità microbica del suolo grazie all’apporto di micorrize (funghi) batteri e lieviti. Nessun fertilizzante ammesso, nè fitofarmaci chimici o Ogm.

Per Capaldo e chi crede nella sua filosofia: solo da una terra “nutrita naturalmente” nascono prodotti più buoni, gustosi e con una shell life più lunga che migliorano anche il biota microbico dell’intestino umano. Il veterinario fa l’esempio della carne prodotta dal Consorzio La Granda (12 milioni il fatturato nel 2019) che coinvolge 73 aziende e 15mila capi di bestiame che vengono allevati secondo un attento disciplinare che rispetta l’equilibrio del benessere animale e ambientale a cominciare proprio dalla loro alimentazione: il foraggio proviene infatti da terreni concimati al naturale con il letame e arricchiti solo da “batteri amici”.

Dalla carne si è poi passati al latte (l’azienda coinvolta è Erbalatte), ai formaggi, alle uova (di Tedaldi) e agli ortaggi (coinvolti anche alcuni produttori di radicchio trevigiano) fino alle chiocciole del metodo Cherasco il cui allevamento segue i principi della simbiotica. Il prezzo di questi prodotti,con certificazione volontaria emessa da enti privati che si riconoscono dal bollino con le radici di una pianta, racconta Capaldo, è più alto del 10% circa rispetto a quelli della grande distribuzione ma hanno un altro gusto.

Il prossimo passo sarà quello di coinvolgere sempre più aziende nel consorzio per aprire già nel prossimo anno un corner simbiotico nella catena Eataly e un canale e-commerce: «Un altro tassello importante di questo progetto sarà anche il coinvolgimento della tecnologia (utilizziamo anche i Google Glass per l’analisi del terreno) che spero utilizzerà sempre di più strumentazioni Made in Italy. Con i big data possiamo produrre una grande varietà di alimenti naturali senza integratori chimici. Le forze in campo ci sono».

Scelte varietali e portinnesti nell’arancicoltura siciliana

Ieri, 24 settembre, a Caltagirone (CT), in Sicilia, si è tenuto un convegno sull’agrumicoltura dal titolo “Innovazioni su scelte varietali e portainnesti: nuovi scenari per l’agrumicoltura siciliana” che, organizzato dall’OP Rossa di Sicilia, con la collaborazione del CREA- OFA di Acireale, ha visto una nutrita partecipazione di stakeholders. I lavori si sono svolti nel rispetto delle normative vigenti in materia di coronavirus, mentre i temi affrontati hanno riguardato l’analisi attuale del comparto, le innovazioni varietali e i nuovi portinnesti alternativi all’arancio amaro, con l’accento anche sul quadro fitosanitario attuale, sui rischi emergenti e sulla nuova certificazione europea.

Sopra, Giuseppe Di Silvestro

“L’OP Rossa di Sicilia – ha detto il presidente Giuseppe Di Silvestro a margine dei lavori – ha inteso organizzare questo in incontro divulgativo e di formazione indistintamente per i nostri soci, ma anche per i non soci, alla presenza dei ricercatori del CREA. L’agrumicoltura ormai non può prescindere da una stretta collaborazione con il mondo della ricerca scientifica, se vuole produrre valore. Ciò soprattutto in considerazione del fatto che gli investimenti per la produzione sono sempre più cospicui e il rischio economico per le aziende si alza di pari passo. Questa stretta collaborazione è un punto di partenza per creare un’agricoltura vincente.

Il pubblico partecipante, disposto in modalità anti-Covid19

“Quello agrumicolo – ha inoltre detto Di Silvestro in apertura dei lavori – è un settore che, da un lato, deve fare i conti con un processo lento e costoso di riconversione, reso necessario dalla devastante diffusione del virus Tristeza, ma che dall’altro presenta la grande opportunità di cavalcare una tendenza in forte crescita per quanto riguarda la domanda di mercato dell’arancia rossa di Sicilia”.

Sopra, slide. “Il ruolo del miglioramento genetico in agrumicoltura”.

Sono attualmente in corso gli interventi di riconversione varietale che si concluderanno fra ottobre e novembre 2020. Con la messa a dimora di nuovi impianti, essi mirano alla sostituzione di quelli esistenti, in modo da introdurre nuove cultivar con migliori caratteristiche intrinseche ed estrinseche, e di omogeneizzare l’offerta attraverso una programmazione varietale e colturale.

Il primo intervento programmato è stato quello dell’agronomo dell’OP Rossa di Sicilia, Carmelo Asero, il quale ha parlato del processo di riconversione degli agrumeti a causa della Tristeza (CTV). “Se da un punto di vista economico la riconversione ha avuto un impatto certamente devastante – ha detto il professionista – dall’altro ha dato delle opportunità interessanti per l’ammodernamento delle aziende agrumicole. L’agricoltore, dunque, deve compiere scelte determinanti, che incidono sull’investimento”.

Altra slide del CREA di Acireale, proposta da Russo durante la sua relazione

A seguire, si sono svolte le relazioni dei ricercatori del CREA di Acireale, a partire da Giuseppe Russo, il quale ha posto l’accento sull’innovazione varietale in agrumicoltura. “Dal 2017, il CREA di Acireale – ha spiegato Russo – ha definito una nuova procedura di rilascio e valorizzazione delle nuove varietà di agrumi e, il 19 febbraio scorso, è stato pubblicato un nuovo avviso aperto fino al prossimo 30 novembre, per coinvolgere altre OP e proporre 3 nuove selezioni, oltre alle 8 previste nei precedenti bandi”.

I relatori: da sx, Di Silvestro, Asero, Sorrentino, Caruso, Russo

“Il ruolo dei centri di ricerca (CREA, Università, assistenze tecniche regionali) – ha sottolineato dal canto suo Marco Caruso (CREA) – è quello di ottenere nuovi portinnesti, mantenere solide relazioni con i centri di ricerca esteri per favorire l’importazione di nuovo materiale promettente, e di condurre prove su un numero limitato di piante”.

“Negli ultimi 15 anni, la coltivazione degli agrumi ha subito una rapida evoluzione – ha detto invece Guido Sorrentino, nell’intervento conclusivo – legata al cambio del tradizionale portinnesto, costituito dal diffusissimo arancio amaro, non più utilizzabile in conseguenza della diffusione del Citrus Tristeza Virus (CTV). Le perdite di produzione stimate dalla USDA nel 2018 ammontano a oltre 800 mila tonnellate annue”.

“Ma non c’è solo il virus Tristeza, tra i principali “nemici” degli agrumi: gravissimi sono anche gli attacchi di Psorosi, Foglia bollosa, Dry Root Rot, Mal Secco del Limone; Citrus leaf blotch virus (CLBV), Xylella fastidiosa, per citarne sono alcuni presenti in Italia. Il movimento delle merci in un mondo globalizzato è molto più rapido di qualche anno fa e, a volte, è anche effettuato in modo non lecito, purtroppo. L’unica via da intraprendere per il futuro è un rigoroso rispetto delle norme fitosanitarie”.

Un gene specifico permetterebbe alle uve australiane di essere prodotte per tutto l’anno

La produzione di uva da tavola australiana raggiunge il picco tra novembre e maggio, ma un nuovo studio di CSIRO spera di riuscire in futuro a prolungare la produzione per tutto l’anno. Vent’anni fa circa, gli scienziati hanno scoperto un gene nano in una varietà di champagne francese chiamata “Pinot Meunier”.

Ora il CSIRO sta utilizzando tale gene per sviluppare nuove varietà di uva da coltivare per tutto l’anno, nelle condizioni climatiche australiane. Le nuove cultivar sono abbastanza piccole da potere essere coltivate in vaso, ma necessitano ancora di condizioni estive per continuare a dare frutti. Nonostante la possibilità di essere coltivate in vaso, le nuove varietà nane offriranno i risultati migliori ai coltivatori commerciali, in coltivazioni idroponiche.

“A meno che non si viva ai tropici queste viti entreranno comunque in uno stato di dormienza come qualsiasi altro vitigno – riporta Ian Dry al sito web abc.net.au – Abbiamo provato a produrre la varietà in serra e anche sotto luci a LED, perciò si possono coltivare nello stesso modo in cui si coltiverebbero i pomodori”.

Il gene nano fa sì che le viti saltino la fase giovanile e che comincino a dare frutti molto prima e più a lungo rispetto alle attuali varietà di uva.

Clicca qui per leggere l’articolo completo (in inglese).

Dalla Sicilia erbe aromatiche profumate come appena raccolte

“Produrre erbe aromatiche che mantengano al meglio, una volta confezionate, le loro caratteristiche organolettiche, restituendo il loro profumo come il giorno della raccolta è possibile, e noi ci siamo riusciti appieno, grazie alla tecnologia”. A dirlo è Luciano Internicola, interprete del brand Aromathica, di proprietà di una Onlus con sede a Segesta (TP), nella Sicilia occidentale.

“Le nostre erbe vengono coltivate con standard biologici ed essiccate con le più moderne tecnologie oggi disponibili in Italia – prosegue l’imprenditore agricolo – Tutte le erbe Aromathica sono coltivate e raccolte direttamente dalla nostra azienda e solo nei nostri terreni, in modo da avere un controllo totale e continuo sulla qualità e sicurezza del prodotto”.

“A differenza delle altre erbe, che perdono gran parte delle loro qualità organolettiche per colpa di processi di essiccazione ormai obsoleti, Aromathica riesce a preservare il colore, l’odore e il sapore delle erbe grazie a un innovativo ed esclusivo sistema di essiccazione, denominato a freddo. Le erbe vengono essiccate molto più a lungo ma a bassissima temperatura, in modo da restituirci aromi saporiti e profumati. Questo, per i nostri clienti, significa avere un alleato in cucina per preparare piatti molto più gustosi e fragranti”.

L’essiccazione “a freddo” permette di disidratare le erbe aromatiche il più delicatamente possibile, con temperature a partire da soli 4 °C, mantenendo inalterati aroma, colorazione e struttura del fito-complesso. Questo innovativo principio proprietario è denominato Vaporization Chain System.

L’azienda annovera circa 40mila piantine (origano 20mila circa, rosmarino 10mila circa, menta 3000, salvia 4000 circa e timo 3000) ma ha programmato per febbraio – marzo 2021 “una piantumazione di ulteriori 15000 piantine, principalmente di timo, salvia e menta su uno spazio di 5 ettari. Inoltre vi sono altri 10 ettari confinanti, disponibili per un ulteriore ampliamento. La capacità produttiva e di prodotto confezionato è di circa 70mila confezioni, per la maggior parte di origano e rosmarino”.

Aromathica, di fatto, è un brand di proprietà della cooperativa Etica Soc. Coop. Sociale, una Onlus nata nel 2003 per aiutare le persone più deboli. Etica opera per la promozione umana, attraverso interventi di aiuto e sostegno alle persone in condizione di disagio e di emarginazione. Nel 2014, i soci fondatori hanno deciso di portare avanti un progetto per la propria terra, intraprendendo così l’attività agricola e specializzandosi nella coltivazione di erbe aromatiche.

“Preferiamo la vendita nelle confezioni da 15 e 20 grammi (vedi foto sotto) – aggiunge Internicola – sia direttamente al consumatore, che all’intermediario o al negozio specializzato. Ma siamo aperti anche al settore Horeca di alto livello e a tutte quelle realtà commerciali che privilegino standard elevati di qualità, in Italia e all’estero”.

Fonte: FreshPlaza

Nonostante i controlli resta alto il pericolo fitosanitario per gli agrumi italiani

A poco più di un mese dall’introduzione dei nuovi divieti temporanei imposti dall’Unione Europea all’importazione di agrumi dall’Argentina, abbiamo raccolto la riflessione di Corrado Vigo, consigliere nazionale Conaf e delegato nazionale Confagricoltura.

Corrado Vigo

La decisione dell’UE, ricordiamo, è stata presa a seguito del verificarsi di un numero sempre maggiore di casi di Citrus Black Spot (CBS, o maculatura nera degli agrumi) nelle spedizioni. Il divieto è entrato in vigore il 16 agosto 2020 e durerà fino al 30 aprile 2021.

“Dal 2013 – ha esordito Vigo – e fino all’anno scorso, ho fatto parte del Tavolo Tecnico esperti agrumi che si teneva due volte l’anno in Commissione Europea, quale delegato dalla Confagricoltura Nazionale, in rappresentanza degli agrumicoltori italiani. Tale organismo, come noto agli addetti ai lavori, aveva il compito, tra gli altri, di esaminare le problematiche fitosanitarie che colpiscono il settore. In più di un’occasione, l’intervento del tavolo tecnico era riuscito a far bloccare le importazioni da Paesi extraeuropei, quali Sudafrica, Argentina e Brasile, in tutti quei casi in cui venivano intercettati carichi riportanti fitopatie non presenti nel nostro Paese, quali ad esempio il Citrus Black Spot o il Citrus Canker, o peggio l’Huanglongbing“.

Al Tavolo Tecnico erano presenti anche Spagna, Portogallo, Cipro, Francia, Grecia e altri: insomma, tutti gli Stati membri che, all’interno dell’Unione Europea, per l’appunto, coltivano agrumi.

Black Spot su arancia

“Fra le peculiarità di questo Tavolo Tecnico – prosegue l’agronomo siciliano – c’era anche quella di verificare e orientare la Commissione Europea in materia di norme fitosanitarie e sulla riduzione dei residui di fitofarmaci, non solo nei frutti allo stato fresco, ma anche nei vari derivati, come ad esempio gli oli essenziali del limone. Senza alcun preavviso, e senza darne comunicazione ai delegati dei vari Paesi, la Commissione Europea ha ritenuto di cancellare questa importante istituzione, senza sostituirla con alcun altro organo consultivo o di propositivo similare”.

“Così oggi i territori, le aziende e i professionisti – conclude Vigo – si ritrovano nell’impossibilità di interagire con la Commissione Europea per evitare, o arginare, problematiche fitosanitarie. Siamo di fronte a una nuova condizione che si sta rivelando sempre più pericolosa, per i nostri agrumi. Ben vengano iniziative come quella adottata a fine agosto scorso ma ritengo, al pari dei miei ex colleghi degli altri Paesi, che l’impossibilità di un contributo fattivo e diretto proveniente dagli areali di produzione europei, lasci scoperta una rete di vigilanza. E’ stato cancellato un Tavolo che ha sempre ben operato e che semmai andava rafforzato a contrasto delle scorciatoie, tanto care a chi consapevolmente continua a operare in maniera subdola con merce che non dovrebbe neanche partire per certe destinazioni”.

Fonte: FreshPlaza

WELFAIR 2020, Vincenzo Michele Sellitto: Il suolo è vivo e il futuro dell’uomo poggia lì

E se ci raccontassero che tutti i giorni calpestiamo senza saperlo un essere vivente? In effetti è la verità, perché “il suolo non è solo fatto di argilla, sabbia e limo, sotto è un substrato al cui interno c’è vita, rappresenta quasi un organismo vivo, nasce, si sviluppa, cresce e può morire”. Ad affermarlo è il Professor Vincenzo Michele Sellitto, esperto internazionale in Suolo e Tecnologie per lo sviluppo e l’innovazione sostenibile in agricoltura, che ci spiega come questa risorsa superficiale terrestre, la più importante, sia profondamente strategica per una fruttuosa permanenza umana sul pianeta terra. Per saperne di più, il 25 settembre dalle ore 12.00 alle ore 13.30, coordinata dallo stesso Sellitto, c’è la tavola rotonda “Biodiversità del suolo e nuove tecnologie per lo studio del microbiota” nel corso dell’evento Welfair 2020 presso la Fiera di Roma.

Professore, quanto e perché la biodiversità del suolo c’entra con la salute umana?

Il legame tra suolo e salute umana è molto stretto: il suolo per l’uomo è la risorsa superficiale terrestre più importante, sul suolo come supporto fisico ci siamo sviluppati, il suolo è la base sulla quale facciamo l’agricoltura, dal suolo dipende lo stato di salute del mondo perché da lì proviene ciò che mangiamo. Il suolo è vita ed è vivo.

In che senso il suolo è vivo?

Il concetto di suolo vivo si sta sviluppando sempre di più. Il suolo non è solo fatto di argilla, sabbia e limo, sotto è un substrato al cui interno c’è vita, rappresenta quasi un organismo vivo, nasce, si sviluppa, cresce e può morire. Per generare un solo centimetro di suolo ci vogliono migliaia di anni e per distruggerlo basta un secondo, dopo di che non si può più ricreare. I microrganismi che vivono nel suolo sono tanto importanti quanto i microrganismi che vivono nel corpo umano.

Ci presenta il microbiota del suolo?

Il microbiota è una comunità di microrganismi che caratterizza ciascun suolo e cambia da territorio a territorio. “I microrganismi utili in agricoltura”, volume che ho curato per Edagricole, nato dalla collaborazione di docenti e ricercatori italiani, è il primo testo in cui si parla di questo concetto, del quale l’agricoltura 4.0 non può più fare a meno. Gli stessi colori del suolo parlano delle caratteristiche chimiche e fisiche del suolo stesso e lasciano anche intuire i suoi aspetti microbiologici. Da tanti anni me ne occupo, quasi da missionario, ed è servito molto mettere le informazioni in questo libro: negli anni il concetto di microbiota del suolo prenderà sempre più piede, assieme a tutte quelle informazioni che vengono dalla ricerca e vanno applicate nel modo giusto.

C’è relazione tra il microbiota umano e quello del suolo?

In un certo qual senso sì, c’è relazione tra microbiota umano e microbiota del suolo: come ogni essere umano è caratterizzato da un proprio microbiota, lo stesso vale per ogni suolo. Questa analogia ci permette di considerare un po’ il suolo come una persona umana. Forse proprio per il fatto che lo calpestiamo, non gli diamo il giusto valore, dando per scontati aspetti che non lo sono affatto, come, per l’appunto, le peculiarità che danno a ciascun suolo i suoi microbioti. Oggi la nuova scienza agraria va verso questa direzione grazie alle biotecnologie e alle ultime, incredibili scoperte, che ci offrono molte più informazioni e uno spaccato della realtà del suolo che non immaginavamo. Le piante parlano, ma anche il suolo comunica con le piante tramite i microrganismi, il concetto di suolo vivo si sta sviluppando sempre di più da un punto di vista scientifico, nulla di esoterico. E, mi raccomando, si parla di suolo, non di terra: il vocabolo suolo racchiude il concetto di evoluzione, di vita.

Come si vede se un suolo è vivo?

Ci sono distretti agricoli dove i suoli non si fermano mai, sarebbe come se un atleta corresse in continuazione, senza pause e riposo: in questo caso l’attività microbiologica diminuisce. Ugualmente, le tecniche invasive sul suolo fanno diminuire la vitalità del microbiota e se introduciamo sostanze attive aggressive e dannose, il suolo non le metabolizza e le trasferisce all’uomo per il tramite delle piante, pensiamo alle tante sostanze cancerogene che ritornano a noi tramite la verdura che mangiamo. Il Suolo deve avere un ruolo centrale, esattamente come l’intestino nell’uomo. La FAO ci dice che nel 2050 saremo 10 miliardi di persone e dunque dovremmo produrre 2-3 volte più di quanto non si faccia oggi, capiamo facilmente che le tecniche tradizionali non basteranno più: si rischia di ammazzare il suolo, il che vorrebbe dire non avere più sostegno per la popolazione stessa. L’homo sapiens, sicuramente, per i suoi spostamenti dall’Africa verso le altre parti del mondo non ha solo seguito il clima, ma anche il suolo. E questo dice tanto sul suo essere fondamentale.

fonte: https://www.agricolae.eu/

Una stagione eccezionale per le drupacee siciliane

Un anno inteso per la frutticoltura siciliana, il 2020, che ha visto dinamiche inedite sul piano commerciale, a causa della pandemia. A confermare questa tesi, largamente condivisa dagli stakeholders, sono i fratelli Dipasquale, fondatori del marchio Donnalia.

“Quest’anno ha sicuramente lasciato il segno, nel mondo ortofrutticolo, per tutto quanto accaduto attorno al coronavirus – hanno detto Vincenzo e Angelo Dipasquale – Siamo ancora nel pieno della campagna delle pesche e nettarine, già iniziata nei primi di luglio e che si concluderà entro l’ultima decade di settembre”.

“Questa campagna è diversa anche per la tempistica – spiegano i fratelli – infatti, rispetto al 2019, con le pesche chiuderemo con 15/20 giorni di anticipo. Sotto l’aspetto qualitativo, è stata sicuramente una delle nostre migliori annate: i calibri sono stati buoni e il sapore delle nostre drupacee, complici le condizioni meteo ideali, ha raggiunto livelli eccezionali, con un profumo davvero intenso”.

A fronte di una qualità complessiva eccezionale dei frutti, qualche volta i volumi produttivi non hanno seguito di pari passo. E sono gli stessi fratelli Dipasquale a spiegare che “c’è stato qualche problema per le quantità di prodotto, che hanno fatto registrare una flessione intorno al 30%, degnamente compensate però dai prezzi che sono stati mediamente superiori del 40%, rispetto al 2019. Durante tutta la campagna, le quotazioni hanno segnato una media che oscilla tra 1,50 e i 2,00 Euro al kg. E’ vero che non abbiamo particolarmente risentito della concorrenza spagnola, quest’anno, ma è risaputo che il nostro prodotto è obiettivamente superiore e che, quindi, il prezzo è stato semmai finalmente equo”.

Per le pesche e nettarine a marchio Donnalia, il mercato di riferimento è l’Italia, con una quota export del 15% per il Centro e Nord Europa.

“La cosa che ci ha stupito – rivelano gli imprenditori siciliani – è la grandissima richiesta dei nostri prodotti premium da parte della GDO e dei grossisti, grazie anche alla buona politica aziendale imperniata da sempre sull’alta qualità: oggi ne raccogliamo i frutti. Del resto, abbiamo investito sia nelle nostre coltivazioni sia in immagine. Tra le referenze di maggior successo sugli scaffali della GDO, è andata benissimo la confezione dei 4 frutti ‘medaglione plastic free’ “.

Novità all’orizzonte
“Continueremo a investire su nuovi impianti di drupacee, con varietà buone da mangiare e con un colore attraente per il consumatore finale – concludono i titolari – Del resto, come produttori italiani abbiamo una marcia in più anche sul piano della sicurezza alimentare, che ci viene riconosciuta ovunque. Abbiamo in serbo anche qualche novità sul piano della logistica aziendale, ma per il momento preferiamo non svelarne i particolari”.

Focus sul mercato mondiale delle pere

L’emisfero nord del mondo è in piena fase di raccolta delle pere. Rispetto all’anno scorso, il volume europeo è in aumento del 12% ma in calo (-4%) rispetto alla media 2015-2018. Paesi Bassi, Belgio e Francia registrano una resa o una crescita stabile, mentre i Paesi dell’Europa meridionale stanno riscontrando una diminuzione dei quantitativi. Negli Stati Uniti si osserva un leggero aumento dei volumi e una crescita della quota di pere biologiche. In Sudafrica le prospettive per la nuova stagione sono positive, grazie alle favorevoli condizioni climatiche registrate questo inverno. Anche in Cina il volume del nuovo raccolto è diminuito, con una riduzione fino al 70% per le pere Crown.

Paesi Bassi: il commercio è sotto pressione ma si prevede una stabilizzazione
Nei Paesi Bassi, la raccolta delle pere Conference sta per terminare; i frutti vengono posti nelle celle di stoccaggio. I volumi sono in linea con le previsioni iniziali. I calibri sono più grandi, soprattutto per quanto riguarda quelli raccolti nella settimana del 31 agosto. Il mercato è sotto pressione e i prezzi all’asta mostrano un calo costante. Nonostante ciò, la situazione dovrebbe stabilizzarsi presto. Oltre alle pere Conference olandesi, sul mercato si trova anche prodotto italiano come la Abate Fetel e la Kaiser, oltre alla Williams dalla Francia. Contrariamente all’anno scorso, quest’anno l’Italia ha registrato una carenza rispetto al 2019 e in Europa sud-orientale sono stati inviati camion pieni di pere belghe e olandesi.

Belgio: calibri più piccoli rispetto all’anno scorso
La stragrande maggioranza delle pere Conference belghe è stata raccolta e ora si trova nelle celle. Nonostante le misure adottate dai coltivatori per contrastare la pandemia, la raccolta è andata bene e le pere sono arrivate in tempo. Un frutticoltore e commerciante belga è molto entusiasta della qualità. Le pere sono dure e il sapore è dolce, grazie alle numerose ore di sole di cui hanno beneficiato. Le dimensioni sono generalmente un po’ più piccole rispetto all’anno scorso, ma il volume è leggermente superiore.

Dal momento che il mercato delle pere risulta essere vuoto, le pere appena raccolte di calibro 55 e superiore vengono vendute a prezzi elevati. Le quotazioni per i calibri 45 e 50 sono ancora un po’ basse, ma il commerciante prevede un aumento non appena ricominceranno i programmi.

Germania: l’offerta nazionale si amplia
L’Italia domina l’offerta tedesca all’ingrosso con le pere Santa Maria e nelle ultime settimane anche le Abate Fetel hanno guadagnato terreno. L’assortimento italiano è stato completato dalle pere di varietà Boscs Flaschenbirnen e Williams Christ. Attualmente, la Turchia è rappresentata dalle pere Santa Maria, così come la Spagna che esporta anche la varietà Limonera. La domanda e l’offerta di Williams Christ, Clapps Liebling e Boscs Flaschenbirne sta aumentando in modo significativo. In generale l’offerta è sufficiente a coprire la richiesta. Nonostante ciò, si sono visti prezzi adeguati al ribasso per evitare un surplus di offerta.

Nella coltivazione domestica è particolarmente degno di nota il forte aumento della superficie coltivata a pere Xenia, nella regione del Lago di Costanza. Nel 2018 sono state raccolte circa 1.400 tonnellate, nel 2019 il volume totale del raccolto è stato di 2.500 ton. Nel giro di pochi anni si spera di riuscire a vendere circa 5.000 ton provenienti da coltivazioni regionali.

Italia: un volume più basso
Secondo i dati previsionali di CSO Italy le produzioni di pere si attestano, a livello europeo, su 2.199.000 tonnellate, in aumento del 12% se messe a confronto con la produzione 2019, anno particolarmente negativo per i volumi prodotti. La produzione resta comunque in calo (-4%) rispetto alla media 2015-2018 a causa, come al solito, di danni climatici pesanti, in alcune zone produttive, per le gelate primaverili, pioggia durante la fioritura e grandine durante l’ingrossamento dei frutti. L’Italia, e in particolare l’Emilia Romagna, ha subito pesantemente, anche quest’anno, i danni climatici, con un -12% di produzione rispetto alle medie 2015-2018. Spagna e Portogallo rilevano un calo produttivo da danni climatico-ambientali, mentre Belgio, Paesi Bassi e Francia sono stabili o in crescita.

L’Italia produrrà meno pere rispetto a un’annata normale. La media produttiva del periodo 2015-2018 è stata di circa 730mila tonnellate, mentre nel 2020 si prevedono 500mila-550mila tonnellate. Il calo va attribuito ai danni da freddo primaverili e alla malattia Alternaria. La cimice asiatica ha causato meno danni rispetto al 2019. La raccolta è ormai terminata per tutte le varietà. In pratica, l’Abate è l’unica varietà che ha subito un calo così evidente.

La situazione delle pere italiane al 9 settembre 2020 non sembra troppo drammatica. Un operatore specializzato dichiara: “Novembre sarà il mese che darà i primi veri responsi sull’intera campagna della pera Abate, che in generale segnerà un volume inferiore del 35% rispetto all’annata 2018. Forse si sentirà un po’ di pressione nei calibri 60/65 e 65/70 verso ottobre. Per quanto riguarda le altre varietà, la raccolta e la vendita della pera Carmen è terminata, la Santa Maria è sotto controllo, con le partite di calibro maggiore in conservazione per la vendita tardiva e con i calibri inferiori al 65 in esaurimento. Per la pera William, il raccolto è buono, in media con il triennio 2016-2018. Il calibro dei frutti è molto grosso, il che aumenterà la pressione sul prezzo per le dimensioni 70+. Le pere Kaiser mostrano una produzione nella norma. I calibri più grandi entreranno in commercio tra 2-3 settimane e si proseguirà fino a fine marzo”.

Negli ultimi anni, si è sviluppata la produzione biologica e rappresenta oggi, secondo CSO Italy, il 5-6% del volume totale, pari a circa 40.000 ton. Nelle ultime stagioni, l’export italiano di pere ha raggiunto le 145mila ton, mentre il prodotto biologico si aggira intorno alle 10.000 ton.

Spagna: la stagione comincia con un aumento nella domanda delle pere
In Spagna sta già prendendo forma la stagione 2020/21 delle pere. A Lleida le vendite della varietà Limonera sono iniziate il 22 luglio, le prime pere Conference sono arrivate il 31 agosto e la Blanquilla dovrebbe arrivare sugli scaffali intorno al 15 settembre. La stagione sta cominciando, quindi, più o meno nello stesso periodo dell’anno scorso. A causa delle abbondanti piogge primaverili, la produzione di quest’anno scenderà leggermente del 4-5%, a seconda della varietà e della zona di produzione. Si prevede un volume di 300mila ton.

Anche se i calibri delle pere Conference saranno più piccoli quest’anno (un problema diffuso in Europa), il frutto presenta, in generale, una maggiore rugosità della buccia, cosa che i consumatori spagnoli apprezzano. Le pere Limonera hanno raggiunto calibri simili a quelli delle stagioni precedenti. La campagna è iniziata con una domanda poco superiore a quella dell’inizio dello scorso anno. Il settore prevede, tuttavia, un notevole aumento della richiesta a partire dalla terza settimana di settembre, dato che quest’anno la stagione delle drupacee si è conclusa due settimane prima per via di un notevole calo dell’offerta.

Degno di nota è anche l’impatto che la pandemia ha avuto sul consumo di pere in Spagna. Dopo il lockdown, questo è aumentato notevolmente, soprattutto per le pere confezionate. La domanda è aumentata così tanto che la stagione si è conclusa oltre un mese prima del solito. Il settore è quindi ottimista per la nuova stagione.

Le pere Conference spagnole sono in forte competizione con quelle belghe. In Belgio, la produzione è paragonabile a quella dell’anno scorso, quindi ci sarà di nuovo una concorrenza elevata sui prezzi, nonostante i frutti siano un po’ più piccoli. L’Italia, dal canto suo, ha registrato un forte calo di produzione lo scorso anno, ma quest’anno i volumi sono in ripresa, per cui gli esportatori spagnoli non si aspettano di colmare le carenze produttive italiane, come l’anno scorso.

Sudafrica: buone prospettive per la nuova stagione; la Abate Fetel è popolare tra i coltivatori
Nelle zone di produzione in Sudafrica, si sta registrando uno degli inverni migliori degli ultimi 7-8 anni per le pere. Di conseguenza, per la prossima stagione le prospettive relative al Capo sud-occidentale sono ottime.

La piena fioritura non è ancora iniziata. Potrebbe rivelarsi un po’ più lenta per le pere precoci Bon Cretien, Williams e Bartlett e sulle Forelle a causa delle basse temperature avute in inverno. La scorsa settimana, però, la colonnina di mercurio è salita, quindi ci potrebbe essere un po’ in ritardo rispetto al solito. Attualmente sul mercato c’è principalmente richiesta di pere sfumate precoci, come la Rosemarie, la Flamingo, la Cheeky e la Celina. Nel frattempo il settore sta puntando su nuovi impianti e la varietà di pere Beurre Bosc è stata eliminata per mancanza di domanda. Anche le pere Bon Chretien/Williams/Bartlett sono state rimosse. Di solito il 40% di questo volume viene esportato e il restante 60% va all’industria di trasformazione. Questo segmento non è più economicamente redditizio.

La pera più popolare tra i coltivatori in Sudafrica è l’Abate Fetel. E’ un po’ più difficile da coltivare, ma la produzione garantisce la più alta resa per ettaro rispetto a tutte le varietà presenti in Sudafrica.

Cina: produzione inferiore ma con un mercato tranquillo
Ad oggi, in Cina, la maggior parte dei frutti è stata raccolta e stoccata nelle celle frigorifere. Le condizioni climatiche non sono state favorevoli, il che ha ridotto la produzione di molte varietà. Quella di pere Crown è diminuita del 70%.

Per quanto riguarda le vendite sul mercato interno, il prezzo al produttore risulta essere superiore a quello degli anni precedenti a causa del calo nei volumi e ciò sta generando un aumento della quotazione di mercato. D’altra parte, il consumo è più basso del normale, quindi le vendite sul mercato locale sono più lente. In generale, il mercato è abbastanza tranquillo.

Per quanto riguarda le esportazioni, i volumi stanno gradualmente tornando alla normalità. Questo è il primo anno in cui le pere cinesi possono essere esportate in Brasile. Alcune aziende hanno spedito i frutti all’inizio di quest’anno e le vendite stanno andando molto velocemente. Altre aziende volevano continuare ad esportare in quantità maggiori, ma a causa del coronavirus è difficile visitare i frutteti locali. Per questo motivo il piano di esportazione è stato rinviato.

Stati Uniti: aumento delle pere biologiche
L’offerta di pere dagli Stati Uniti nord-occidentali è aumentata del 2,1%, secondo un coltivatore dello Stato di Washington. I calibri sono all’incirca gli stessi dell’anno scorso e molti frutti sono ancora sugli alberi. Tuttavia, la raccolta è iniziata ad agosto, una settimana prima del normale, con le pere Bartlett. La settimana scorsa è partita la raccolta delle pere Anjou. Negli Stati Uniti la quota di pere biologiche è in aumento e ormai, soprattutto quelle asiatiche, rappresentano una nicchia popolare.

La domanda di pere è stabile o addirittura in aumento nel numero di spedizioni, che segnano un +24%. Intorno a luglio, la richiesta è diminuita del 2% in termini di valore, ma ciò è stato in parte dovuto a una riduzione nel volume. Con l’avvicinarsi dell’autunno, la domanda sul mercato interno è nuovamente aumentata. A causa del coronavirus è presente una maggiore richiesta di pere confezionate. Il 25% del volume totale sugli scaffali è ora confezionato rispetto al 18%, registrato prima della pandemia.

Attualmente dalla California arriva una buona offerta di pere Bartlett e Bosc e questa settimana seguiranno le pere Comice, le French Butter e le Seckels, ma nello stato della California le differenze da una regione a un’altra sono grandi. La raccolta è iniziata una settimana più tardi del normale. La resa risulta essere un po’ più limitata, con prezzi più alti.

Australia: nuova varietà club di pere, coltivata per la prima volta
I coltivatori di tutta l’Australia hanno iniziato a piantare i primi alberi di pere QTee, una nuova pera rossa aromatica. Horticulture Brand Management Australia Pty (HBMA) ha ora la licenza australiana per questa pera, che è originaria della Norvegia.

Secondo gli ultimi dati di Hort Innovation (giugno 2019), in Australia la produzione totale di pere ha mostrato una leggera diminuzione. I volumi sono scesi del 4% a 114.496 ton, ma il valore è salito a 115,4 milioni di dollari australiani (70,9 milioni di euro). Anche le esportazioni sono diminuite del 26% in termini di volume a 9.190 ton e del 16% in termini di valore a 16,4 milioni di dollari australiani (10 milioni di euro). La Nuova Zelanda (26%) e l’Indonesia (17%) sono state le principali destinazioni di esportazione. Nel frattempo, il 34% della produzione totale è andato alla trasformazione.

Uve con semi italiane: da circa una settimana i consumi si sono ridotti

“Con l’arrivo di settembre, assistiamo a uno stallo commerciale nel segmento delle uve da tavola con semi, in particolar modo per l’uva Italia, seguita da Red Globe e Palieri. Un andamento che viene erroneamente attribuito al surplus produttivo, ma che invece ha a monte diverse ragioni. Da circa una settimana, infatti, i consumi delle uve italiane con semi si sono ridotti non soltanto sui mercati nazionali, ma anche su quelli esteri, con prezzi di vendita in flessione del 15-20% rispetto alla media del periodo”. Lo spiega Donato Fanelli, coordinatore del Comitato Uva da tavola dell’OI (organismo interprofessionale Ortofrutta Italia) e componente della Commissione Italiana uva da tavola.

“Questa contrazione è data, oltre che dal rientro dalle vacanze estive e quindi da una minore capacità di spesa delle famiglie, anche dal consolidamento di alcuni Paesi europei (come Grecia, Moldavia e Macedonia) nella produzione e commercializzazione di uva da tavola. Queste nazioni, infatti, stanno diventando, con il passare degli anni, dei veri e propri produttori specializzati, in grado di vendere l’uva a prezzi davvero bassi, su quegli stessi mercati in cui l’Italia è sempre riuscita a esportare notevoli quantità”.

“Inoltre, questo andamento commerciale “frenato” per le uve con semi è dato anche dallo sviluppo e dall’interesse per le cultivar apirene. Una buona fetta di consumatori, infatti, si sta orientando verso le uve senza semi. La domanda è ormai quasi simile a quella registrata dalle varietà con semi”.

“Attualmente, nonostante un calo produttivo generalizzato del 20%, l’uva Italia è in vendita nella GDO a prezzi di 1,30-1,40 €/kg, a fronte dei 1,50-1,60 €/kg del periodo.Trattasi di una varietà tra le più apprezzate e coltivate in Italia, costretta però a subire attacchi significativi. Staremo a vedere gli sviluppi commerciali nelle prossime settimane, in attesa dell’avvio della campagna promozionale a sostegno dell’uva da tavola nazionale, che sarà promossa dall’OI a fine settembre”.

La riforma Ue del biologico può attendere: Bruxelles propone rinvio al 2022


La Commissione europea ha proposto di posticipare di un anno, dal 1 gennaio 2021 al 1 gennaio 2022, l’entrata in vigore della nuova normativa sul biologico. Lo ha annunciato il commissario europeo all’agricoltura Janusz Wojciechowski lanciando una consultazione pubblica su un nuovo piano d’azione per l’agricoltura biologica, scrive l’Ansa.

Per entrare in vigore, la proposta dovrà essere approvata dal Consiglio e dall’Europarlamento che, con una nota del presidente della Commissione agricoltura Norbert Lins (Ppe, Germania), ha già dato la sua disponibilità a dare presto il via libera per “iniziare a esaminare con più attenzione le norme di esecuzione”.

Il regolamento Ue sul biologico, approvato nel 2018 a oltre 11 anni dal primo, prevede infatti l’adozione di numerose e complesse norme tecniche, con conseguenze importanti per la produzione, la certificazione e i controlli nel settore. Soddisfazione è stata espressa da Eduardo Cuoco di Ifoam Europa, che rappresenta il settore bio. “Rinviare – ha detto – è una decisione saggia che consentirà di terminare adeguatamente il lavoro sul diritto derivato”.“